Regina Cassolo Bracchi

Je suis l’autre, il Primitivismo nella scultura del 900

Presso le Grandi Aule delle Terme di Diocleziano fino al 20 gennaio 2019 Je suis l’autre, Giacometti, Picasso e gli altri. Il Primitivismo nella scultura del Novecento. Una mostra che vuole indagare il rinnovamento della scultura del secolo scorso con l’incursione di nuovi generi d’arte che provocarono l’esemplificazione e la deformazione della figura umana sulla scia di una contaminazione quanto mai “primitiva”. Un binomio tra antico e moderno in cui la spontaneità arcaica rappresentò una rivoluzione per gli artisti del Novecento.

Un racconto folgorante tra gli artisti occidentali di fine 800 e 900 e l’arte etnica e popolare. Artisti come Pablo Picasso che si ispirò alle maschere tribali, Alberto Giacometti, Max Ernst, Joan Miró, Lucio Fontana, Arnaldo Pomodoro e molti altri, in un viaggio tra le primordiali contaminazioni.

 

Il Primitivismo

Scultura raffigurante una coppia di individui di alto rango
Scultura raffigurante una coppia di individui di alto rango, Asia. Regione indiana. Nord-est. Nagaland
Etnia Konyak (Fine del XIX secolo) – Legno scolpito, semi e metallo, cm 105×42×20 – Lugano, MUSEC – Collezione Brignoni © 2018 Museo delle Culture, Lugano

 

Una relazione tra le arti “primitive” e quelle del Novecento che non sbocciò in vero e proprio un “matrimonio” ma che contaminò l’arte con i suoi connotati arcaici invadendo l’Europa, dalle botteghe sino agli antiquari, diffondendosi capillarmente negli studi degli artisti. Un innamoramento che colpì gli artisti che, affascinati dalle caratteristiche primordiali di questo genere, divennero prima collezionisti poi interpreti del messaggio primitivista. Ognuno rimase colpito da una differente caratteristica: chi trovò il primitivismo nelle urla dei malati di mente; chi nell’espressività infantile che riportava alla mente una fanciullezza non solo personale, ma anche culturale.

In questo modo gli artisti cercavano di manifestare i bisogni profondi della propria anima, l’irraccontabile, tentando di oltrepassare la capacità di esprimersi. Un tentativo che riuscì solo nel 900 quando entrarono a far parte dell’arte del mondo pulsioni e tensioni come il sogno, l’onirico, il visibile e l’invisibile esplorando un linguaggio fino a quel momento negato. Si spalancarono porte negate fino ad allora ed aperte grazie alla globalizzazione.

 

Je suis l’autre, la mostra

 

Ottanta opere tra sculture di grandi maestri del Novecento, opere precolombiane e capolavori di arte etnica e popolare databili tra il XV e l’inizio del XX secolo. Un’esplorazione profonda che narra l’approccio degli artisti con un’ancestrale potenza espressiva capace di generare un nuovo linguaggio.

Un racconto intrapreso seguendo un approccio multidisciplinare che ripercorre, attraverso isole tematiche, i caratteri primordiali delle origini passando per il delirio estatico e rituale in cui visibile ed invisibile si sfiorano in una sottile linea d’ombra. Affinità grammaticali che germogliano in una vera e propria rivoluzione nella scena mondiale dell’arte. Un incontro che vide il principio di una proficua apertura culturale.

 

L’incontro fatale con le culture non occidentali

 

A partire dal 1860 si assiste ad un incontro con le culture non occidentali che si dimostra fatale per gli artisti; l’arcaico ed il primordiale vengono letti con espressione di maggior libertà artistica in cui forme e materiali possono contrapporsi opponendosi al conformismo dell’immagine. I volumi ed i corpi si dirigono verso la semplificazione, la deformazione e l’astratto. Un linguaggio che, vista la sua origine che risale alla notte dei tempi, incarna maggiormente il senso della vita. Feticci e maschere travalicano il linguaggio verbale assumendo, in una nuova modernità, un significato implicito.

L’artista, al termine dell’atto creativo, si identifica con l’oggetto cui dà vita insinuando una parte di sé in esso in un viaggio in una memoria primigenia dove la carne non era corrotta, dove predominavano emozioni e spontaneità. Un’infanzia dell’essere liberata solo attraverso l’istinto e l’impulsività.

 

Tra sogno e magia

20_Museo di Antropologia ed Etnologia, Firenze, ph Saulo Bambi
Sciaitan, Gruppo di sculture raffiguranti delle divinità – Asia. Siberia occidentale. Etnia Ostiachi (Khanty) Ante 1880 – Legno scolpito e inciso, cm 70-85 ca.×20×10 – Firenze, Museo di Antropologia ed Etnologia – Sistema Museale d’Ateneo, Università degli Studi di Firenze – Raccolta Stephen Sommier (Foto di Saulo Bambi)

 

Visioni primordiali che riportano alla mente la figura dello sciamano, costruttore di ponti tra realtà ed immaginario per migliaia di anni. Un artefice di viaggio visionari nelle profondità dell’anima sulle cui orme gli artisti percorsero i sentieri dell’allucinazione e del delirio inseguendo miraggi che condussero a nuove concezioni del corpo dal sentore animalesco e mostruoso.

Chimere scultoree di un mondo magico in cui realtà e visione si intersecano generando l’oggetto d’arte. Feticci che si inseriscono nella vita sociale divenendo strumenti che agiscono nella sfera cognitiva, attraverso cui rispondere a quesiti primordiali irrisolvibili. Oggetti che rompono la dimensione temporale per connettersi con quell’energia che anima la creatività e la vita.

 

Visibile ed invisibile

Spazi simbolici che separano l’orizzonte del divenire da quello dell’essere condensati in sottili maschere votive. Prodotti artistici che trasformano il visibile in invisibile sospesi nel limbo tra l’essere e l’impersonare. Un’incertezza materializzata in un simbolo, manifestazione tangibile di fantasmi e spiriti, resa concreta nei volumi della scultura, simulacro apotropaico che protegge le nostre identità negate.

Ilenia Maria Melis

 

Je suis l’autre, Giacometti, Picasso e gli altri

Il Primitivismo nella scultura del Novecento

Museo Nazionale Romano – Terme di Diocleziano

viale E. De Nicola,  78 – Roma

fino al 20 gennaio 2019

www.museonazionaleromano.beniculturali.it

 

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