La sfida di Giuditta in mostra a Palazzo Barberini

La sfida di Giuditta in mostra a Palazzo Barberini

Presentata a Palazzo Barberini la mostra a cura di Maria Cristina Terzaghi, Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento; un percorso affascinante attraverso le rappresentazioni dell’eroina biblica in un viaggio che parte dalla Giuditta caravaggesca, dalla sua storia e scoperta, fino al suo successo.

In mostra 31 opere di differenti artisti a tracciare un percorso espositivo che si snoda in quattro sezioni approfondendo la storia della Giuditta di Caravaggio e di quella di Artemisia Gentileschi evidenziando le influenze dei due capolavori nella pittura contemporanea.

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Il capolavoro di Caravaggio in mostra a Palazzo Barberini
Il capolavoro di Caravaggio in mostra a Palazzo Barberini
(ph. Alberto Novelli)

Un capolavoro di estremo valore qualitativo, celato da un drappo di seta; così era considerata, non a torto la Giuditta di Caravaggio dal banchiere Ottavio Costa (1554-1639), che ne dispose, nel proprio testamento, l’inalienabilità da parte degli eredi. Una tela esclusiva che il banchiere desiderava proteggere ad ogni costo, soprattutto da sguardi indiscreti, per proteggere la Giuditta caravaggesca da eventuali copie che ne potevano macchiare l’unicità e, conseguentemente, sminuirne il valore economico. Una logica che derivava dall’abitudine, nel Seicento, di realizzare copie 1:1 delle opere che garantivano lo stesso impatto visivo degli originali, pur creando un’eccessiva divulgazione dei soggetti e una conseguente perdita di valore degli originali.

Le rappresentazioni degli artisti dell'episodio biblico di Giuditta che decapita Oloferne in mostra a Palazzo Barberini
Le rappresentazioni degli artisti dell’episodio biblico di Giuditta che decapita Oloferne in mostra a Palazzo Barberini
(ph. Alberto Novelli)

Della Giuditta di Caravaggio si perse quindi memoria per lungo tempo, cadendo nell’oblio così come desiderato dal suo proprietario.

Era il 1951 quando il restauratore romano Pico Cellini riconobbe in “un quadro sporchissimo“, visto da giovane in un palazzo romano, la celebre tela di Caravaggio. Ritrovato il dipinto presso Vincenzo Coppi, Cellini fotografò il dipinto e lo mostrò a Roberto Longhi, massimo studioso di Caravaggio, che, riconosciuta la mano del Maestro, fece includere l’opera nella mostra allora dedicata a Caravaggio presso Palazzo Reale a Milano.

L’opera, eseguita dal Merisi nel 1599 per il banchiere ligure Ottavio Costa, era infatti rimasta a Roma, passata dagli avi Coppi a metà Ottocento ed entrata nel patrimonio delle Gallerie Nazionali di Arte Antica nel 1971. Il geloso proprietario ne garantì la conservazione limitandone la riproduzione in copie seicentesche; ma il soggetto riprodotto da Caravaggio riuscì comunque a circolare, ispirazione per artisti come Orazio e Artemisia Gentileschi.

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Un fil rouge purpureo lega le quattro sezioni in cui è suddivisa la mostra che Palazzo Barberini dedica al ciclo di Giuditta e Oloferne. Gesti teatrali ed echi manieristici accolgono il visitatore raccontando l’episodio biblico per mezzo di un’intensa energia drammatica che emerge dalle tele esposte (Lavinia Fontana, Giuditta consegna la testa di Oloferne alla fantesca, 1595 circa): i corpi si intrecciano in forme sinuose, si contorcono all’interno di tende che conferiscono al racconto un’enfasi dalle sfumature teatrali (Jacopo Robusti detto il Tintoretto, bottega di, Giuditta e Oloferne, 1577-1578 circa).

L’azione si fa convulsa: Giuditta afferra per i capelli il generale moribondo, preludio della drammatica versione che ne darà Caravaggio nella sua tela. Il racconto si carica di pathos, convogliando nello spettatore un’intensa angoscia. Il gesto è deciso; il delitto si è compiuto sotto lo sguardo inorridito dell’anziana Abra; un Oloferne dai tratti caravaggeschi spalanca la bocca in un ultimo grido di dolore prima dell’inevitabile morte (Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Giuditta decapita Oloferne, 1559 circa).

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Da qui ogni rappresentazione dell’episodio biblico sembra parlare la lingua del Merisi, ispirazione per quegli artisti che avevano avuto la possibilità di visionare la tela nonostante la gelosia del suo proprietario. Una dipendenza dalla Giuditta caravaggesca che si riscontra preponderante nell’impianto compositivo e coloristico; drammaticità e tensione scandiscono una narrazione incorniciata da stoffe purpuree, ultimo appiglio del moribondo condottiero (Filippo Vitale, Giuditta decapita Oloferne, post 1637).

E tra i maggiori interpreti di Caravaggio si fa spazio Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio; costruzioni teatrali in cui si delinea il momento culminante della storia. Un atto violento, energico, impregnato di una storia personale che l’artista non può dimenticare; la tensione è alta ma Giuditta e Abra sono complici nell’omicidio di Oloferne e nella fuga verso Betulia (Artemisia Gentileschi, Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne, 1615 circa).

Figure che si ritrovano accostate l’una all’altra, legate a stretto giro da virtù comuni, dal coraggio e dalla fede in Dio; iconografie affini che parlano di teste mozzate e raccontano la storia di due personaggi, Giuditta e David, trionfatori per valore e astuzia. Delitti che legano Giuditta a Salomè, l’una virtuosa, l’altra viziosa, eppur così simili in un’ambigua iconografia di morte.

Ilenia Maria Melis

Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento

Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini

via delle Quattro Fontane, 13 – Roma

fino al 27 marzo 2022

biglietto intero mostra e museo 15,00 Euro; solo mostra 7,00 Euro

www.barberinicorsini.org

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